* Il popolo più antico d’Italia


GLI UMBRI:

Di Diego Antolini

Gli Umbri giunsero in Italia centrale intorno al I millennio a.C., occupando un’area che si spingeva fino alla costa adriatica e Est, all’attuale Romagna a Nord e alla Toscana a Ovest. Il nucleo portante di questa popolazione era tuttavia la zona appenninica centrale, che digradava sulla pianura dell’Alto Tevere.

Le fonti classiche, di derivazione romana, sono quelle di Strabone e Plinio il Vecchio, il quale scrisse: “…La gente umbra è considerata la più antica d’Italia, tanto che si ritiene che fossero chiamati ‘Ombrioi’ dai Greci per essere sopravvissuti alle piogge dopo il diluvio…”.

Tra l’VIII e il VII sec. a.C. gli Umbri svilupparono un’economia basata sull’agricoltura, l’allevamento e la lavorazione dei metalli, mentre nel V sec. cominciarono a sorgere i primi aggregati “pseudourbani”, quali Asisium, Fulginium-Fulginia, Ikuvium, Nuceria, Spoletium, Tadinum, Plestia, Tifernum, Tular, Vettona. Si passò perciò dalle semplici fortificazioni collinari a più estese concentrazioni urbane. I centri nodali di incontro, sparsi per il territorio, avevano diverse funzioni: commerciali, abitative, religiose. I villaggi fortificati sorgevano sulle colline a mezza costa o su alture che dominavano le principali vie di comunicazione. Lungo i fiumi si trasportavano le merci, in particolare cibo e legname.

Ben presto il territorio degli Umbri si andò assottigliando, a seguito della conquista della Toscana da parte degli Etruschi e dell’espansione dei Sabini. Nel 295 a.C. i Romani sconfissero la Lega che le popolazioni italiche avevano stretto con Galli ed Etruschi. Nell’invasione del territorio, anche gli Umbri vennero sottomessi e le loro terre occupate dai legionari.

Riguardo alla cultura religiosa, ancora una fonte romana (Cicerone) scrive che gli Umbri erano famosi per la elevata conoscenza dell’arte divinatoria (al pari degli Etruschi e dei Celti), grazie alla esplorazione e all’osservazione di tutti gli aspetti della natura.

Tutto quello che si conosce di questo antico popolo è riportato su alcune tavolette conservate presso il museo civico di Gubbio. Le “Tavole Eugubine” rappresentano ad oggi la più completa e organica testimonianza sugli Umbri. Si tratta di sette tavole in bronzo, redatte tra il III e il I sec. a.C. e trovate a Gubbio (sotto il teatro romano) nel 1444 da un agricoltore che poi le vendette al Comune. Cinque tavole sono scritte su entrambe le facce, mentre la VI e la VII hanno solo una faccia incisa. La lingua usata è il latino e l’umbro (un dialetto simile alle altre lingue italiche). Le prime quattro sono in dialetto umbro (paleoumbro) e le ultime due in lingua latina (neoumbro). Nella Tavola V sono invece presenti entrambi gli idiomi. Le Tavole Eugubine descrivono cerimoniali di “lustrazione ed espiazione” della città, e sono talmente importanti che Giacomo Devoto, linguista del ‘900, ebbe a dire: “[Le Tavole Eugubine]… sono il più importante testo rituale di tutta l’antichità classica. Non possediamo nulla di simile né in lingua latina né greca: per trovare paralleli, bisogna ricorrere a letterature del vicino o lontano Oriente…”

Le Tavole rappresentano inoltre l’unica fonte per la conoscenza della grammatica della lingua Umbra che, a differenza del latino, non possedeva segni per le lettere o, g, d e spesso scriveva p al posto della b.

Del contenuto delle tavole va menzionata la preghiera che gli Ikuvini, cioè gli abitanti dell’attuale città di Gubbio, rivolgevano ai propri dèi tutelari per proteggersi dall’attacco di popoli nemici, come i Nahartes, gli abitatori della conca ternana in cui scorre il Nera (Nahar), i Japuski, probabilmente popolazioni adriatiche come Piceni e Iapigi, e il Turskum Nomen, ossia la vicina nazione etrusca.

Tra le leggende legate agli Umbri vi è la cosiddetta “Strage”, riportata nelle cronache da Tito Livio nelle sue Historiae: “Durante il consolato di Lucio Genucio e di Servio Cornelio […] ci fu una modesta spedizione in Umbria; era infatti giunta notizia di una banda armata che, partendo da una caverna, compiva scorrerie per le campagne. Truppe romane raggiunsero la caverna, ma per l’oscurità sulle prime subirono molte ferite, fino a quando non scoprirono un altro accesso percorribile in entrambe le direzioni, e appiccarono il fuoco a cataste di legna alle due imboccature. E così i 2.000 uomini circa che si trovavano all’interno della grotta, costretti a gettarsi attraverso le fiamme, alla fine morirono soffocati dal fumo e dal calore nel tentativo di uscire“.

La grotta in questione sarebbe stata identificata nella montagna di Cesi. A sostegno di tale ipotesi è il fatto che i Martani costituirono l’ultimo baluardo della resistenza degli Umbri all’invasione romana. In molti hanno cercato traccia dei 2000 sepolti vivi nella caverna, ma fino ad oggi non è stato trovato niente che potesse dare al mito la veridicità del fatto storico. Certo è che la ricerca continua, sui sentieri di un popolo che, forse, troppo in fretta è scomparso.

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