#raccomandazione: ciò che serve


A che serve? A chi serve? Mostrare quello che non è, una realtà che non esiste, costruire un’immagine che non ha corrispondenza con quello che si è ma soprattutto quello che si sente, a che serve? A chi servono le messe in scena? A che servono le finzioni? A chi serve questa teatralità?

Non mi sono mossa. Non ho fatto un passo, neppure figurato. Ho usato la banalità per mettere insieme delle cose. Non avevo prima e non ho ora alcuna informazione che avessi cercata o chiesta. Ho raccontato senza avere informazioni se non quello che ho visto e sentito in prima persona. Ho raccontato successivamente quello che ho visto e quello a cui ho partecipato ma digerito dal tempo – anzi dai secoli – e sbirciando sui social dove tutto è, quello che si decide che sia, ed ho comunque trovato magicamente che le due cose coincidevano. A volte al centimetro a giudicare dagli obrobri visti.
Poco alla volta le scene incredibili a cui avevo partecipato mio malgrado e a cui non sapevo dare una spiegazione logica – verso le quali avevo forzato la mano più di una volta, sempre rimanendone fuori, sostanzialmente escludendomi a priori per una paura istintiva erano risultati tentativi letterari ma poco convincenti – prendevano corpo e si identificavano perfettamente con il quadro che avevo descritto più volte e con una banalità di contenuti, di rappresaglie, di desiderio di rivalsa, di finzioni davvero patetiche.
Inutile che lo dica, l’innegabile gusto della pesca prende tutti…

Dopo anni di ipotesi vaghe per dare una spiegazione ad atteggiamenti bizzarri, non certo lineari o razionali, e in cui io mi sono divertita a ipotizzare le cause e gli sviluppi, ho curiosato ed ho finalmente verificato da dove nascevano le perplessità, le paure, le contraddizioni dei protagonisti, i loro sforzi, i loro segnali, lo sforzo che hanno fatto adattandosi alla situazione, ed è molto più squallido di quanto banalmente si potesse prevedere.
Posso vantarmi di essere stata precisa al “centimetro”, appunto, in più di un’occasione.
‘A me piace più questa a lui quell’altra’ nel gioco da povera gente pensavano di tirare dentro me. Io ancora adesso faccio fatica a credere come sia possibile che delle persone adulte possano giocare a fare gli svirgolati senza esserlo…a me qualche dubbio, ancora adesso, rimane. ‘A me piace più questa a lui quell’altra’ è un gioco che condiziona e che pone le due figure una dipendente dall’altra e qualche rotella manca, altrimenti a nessuno verrebbe in mente di giocarlo, non tanto per valori alti di rispetto o altro ma per dichiarate carenze intellettive pure e semplici di qualcuno che va aiutato e indirizzato e di chi accetta l’ipotesi di poter essere condizionato e indirizzato. Direi inoltre che nel quadro generale e anche in mille tessere del puzzle una un po’ indietro, con senso pratico popolare può sempre venire utile, senza approfondire nelle definizioni, direi che è perfetta. Va a completamento.
È strano però, basta provocare un po’ e chi è presente scatta a comando.
Perché sia presente nessuno lo sa e probabilmente è una risposta che si negherà stratificando alibi su alibi.
Meglio non indagare e non deludere nessuno. Si rischia seriamente che chi si adopera per fare le messe in scena inganni prima di tutto se stesso e ne rimanga seriamente segnato.
A quel punto meglio continuare a vivere nell’ignoranza, anzi.

Il tempo offre le risposte precise agli interrogativi vaghi, ai tanti perché generici che si possano formulare quando non si hanno informazioni o dettagli.
Si fa chiaro il meccanismo di chi pensa di ingannare gli altri e salvaguardare se stesso e alla fine fa la parte dello sprovveduto, vittima della propria ingenuità, adattandosi poco per volta a mandare giù, uno dopo l’altro, bocconi amari e allenandosi, poco per volta, giorno dopo giorno, a fare il povero coglionazzo come se la vita non avesse nulla da insegnargli. Infatti uno dei due, dopo un mese che frequentava una del giro delle ‘disponibili’ e per di più davvero sgradevole in ogni senso da sembrare un uomo, dichiarava tronfio di avere una c-o-m-p-a-g-n-a – l’immagine fa una certa tenerezza – come se non fosse stato così tutte le altre volte, come se l’esperienza non fosse servita, come se illudersi servisse a qualcosa. E me lo figuro come dovesse vivere all’interno di un recinto, la vita in terrazzo, senza mai slanci, senza mai conoscere l’altrove, senza mai osare, senza mai saltellare oltre.
Il tempo fa scoprire davvero tanto che a volte auspicare l’ignoranza può salvare dai disastri ed è più rassicurante lo status quo, soprattutto per certe persone, sicuramente è più conveniente per tutti che l’indagine sulla natura delle cose sia riservata ai pochi.
Photo by ma.gia ‘vacanze sul terrazzo’

 

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